La difficile vita delle agricoltrici: perché è necessario rivedere le politiche agricole alla luce del diverso impatto di genere

L’emancipazione economica delle donne è un passo necessario per promuovere i diritti delle donne e raggiungere l’uguaglianza di genere. Negli ultimi decenni, le donne sono entrate nel mercato del lavoro e, nonostante le disuguaglianze ancora esistenti in termini di salari e opportunità, ci sono molti settori in cui le donne hanno raggiunto una grande visibilità. Questo non è il caso dell’agricoltura.

Attualmente, le donne che lavorano nelle zone rurali devono affrontare un doppio onere: quello legato al fatto di essere una donna e quello legato alle difficoltà della vita in campagna. Ecco perché è essenziale integrare un’analisi dell’impatto di genere (ovvero su uomini e donne) nelle politiche agricole nazionali ed europee.

Quando più donne lavorano, le economie crescono. “La legittimazione economica delle donne aumenta la produttività, aumenta la diversificazione economica e l’uguaglianza dei redditi oltre ad altri risultati positivi dello sviluppo”, afferma una pubblicazione delle Nazioni Unite, che sottolinea anche che, al contrario, si stima che i divari di genere costino all’economia circa il 15% del PIL.

Lo stesso vale per il settore rurale. Un terzo dell’occupazione femminile a livello mondiale è in agricoltura e, tuttavia, le agricoltrici hanno significativamente minor accesso, minor controllo e minor proprietà della terra rispetto alle loro controparti maschili. Secondo l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) delle Nazioni Unite, le donne rappresentano appena il 12,8% dei proprietari terrieri agricoli del mondo.

Dovremmo inoltre notare che, non solo l’agricoltura rimane il principale settore di occupazione per le donne nei paesi a basso e medio-basso reddito, ma rappresenta una grande parte della popolazione anche nel mondo occidentale. All’interno dell’Unione europea, nel 2016 le donne che lavorano in agricoltura hanno rappresentato il 35% della popolazione attiva totale del settore e oltre il 40% in alcuni Stati membri come l’Austria (45%), la Romania (43%), la Polonia, la Grecia e la Slovenia (41% in ciascuno).

Ecco alcuni dati sulla discriminazione che colpisce le donne nelle aree rurali dell’UE.

Da un lato, le agricoltrici controllano molto meno terreno, solo il 12% rispetto al 61% controllato dall’uomo (il restante 28% è detenuto da “persone giuridiche”). D’altra parte, la dimensione media delle aziende agricole gestite da donne è di 6,4 ettari mentre quella delle aziende gestite da uomini è di 14,4 ettari. E in termini di produzione per azienda, la media delle donne era inferiore a 12.000 € nel 2013 contro i quasi 40.000 € degli uomini. Attualmente, i paesi dell’UE sono obbligati ad analizzare la situazione delle donne nelle zone rurali ed a tener conto dei risultati per progettare i loro programmi di sviluppo rurale.

Ma in che modo l’Unione Europea affronta la discriminazione di genere nell’ambito della Politica Agricola Comune (PAC)?In primo luogo, si deve sottolineare che c’è un gap di circa il 36% nella quantità di aiuto ricevuto da donne proprietarie di aziende agricole rispetto ai proprietari maschi. Questa differenza deriva dal numero e dalle dimensioni delle aziende agricole femminili, che sono sempre meno numerose. Questo è il motivo per cui sarebbe opportuna una PAC che rispecchi l’impatto di genere. Tuttavia, la verità è che nella UE non ci sono fondi specifici destinati alle donne nelle aziende agricole.

Attualmente, la PAC offre agli Stati membri la possibilità di distribuire i fondi tenendo conto del divario di genere nelle opportunità, ma nessun paese ha ancora lanciato un programma specifico. Considerando che l’UE ha riconosciuto e pubblicato dati sulla disuguaglianza di genere esistente nelle aziende agricole, dovrebbe integrare l’analisi dell’impatto di genere nella PAC invece di lasciare che ogni paese decida se farlo.

 

Fonte: Forbes