Un nuovo studio che ha esaminato più di 2500 specie animali e vegetali suggerisce che l’agricoltura dovrebbe essere il più possibile ad alto rendimento e concentrata in piccole aree, lasciando più spazio per gli habitat naturali, ma coprendo comunque le nostre esigenze alimentari.
Questa ricerca mostra che la maggior parte delle specie selvatiche starebbe meglio se si adottasse questo approccio, piuttosto che cercare di condividere la terra con l’agricoltura. Infatti, anche l’agricoltura rispettosa della fauna selvatica danneggia la biodiversità ed inoltre necessita di più terra per produrre la stessa quantità di cibo. Il team di ricercatori arriva a dire che, se lo stesso approccio venisse applicato agli oceani, potrebbe anche avvantaggiare le specie marine.
“Capire come nutrire, vestire e alimentare 11 miliardi di persone senza causare l’estinzione di massa delle specie e distruggere il clima è la più grande sfida di questo secolo. Preservare la biodiversità soddisfacendo i bisogni dell’umanità richiederà enormi compromessi, ma le prove stanno iniziando a puntare in una precisa direzione “, ha affermato il professor Andrew Balmford. “La maggior parte delle specie se la cava molto meglio se gli habitat vengono lasciati intatti, il che significa ridurre lo spazio necessario per l’agricoltura. Quindi le aree coltivate devono essere il più produttive possibile”.
La strategia alimentare nazionale del governo britannico utilizza il modello di Balmford e si concentra sull’agricoltura ad alta produzione in piccole aree, per lasciare spazio ad habitat protetti, con alcune sacche di agricoltura tradizionale per proteggere le poche specie che prosperano in questo ambiente. Il documento sottolinea che circa il 20% dei terreni coltivati in Inghilterra dovrà essere riutilizzato o utilizzato per la produzione di biocarburanti se il Regno Unito vuole raggiungere i suoi obiettivi di zero emissioni nette.
L’aumento delle aree dedicate alla fauna selvatica non solo proteggerà la biodiversità, ma consentirà anche a queste specie di ripopolare intere regioni e nazioni. Ad esempio, Balmford evidenzia il successo di una piccola area di 4 km quadrati di terreno ripristinato a Lakenheath, in Inghilterra. L’area era coperta da campi di carote, ma il sito è ora sede di una varietà di uccelli, tra cui aironi, garzette e gru.
Oltre ai benefici per la biodiversità, i ricercatori sottolineano anche che questo approccio di “land sparing” (condivisione della terra) può essere un modo per combattere i cambiamenti climatici. Nel complesso, i livelli di stoccaggio del carbonio sono più elevati considerando le aree di produzione ad alto rendimento e le aree di vegetazione naturale. I calcoli di Balmford mostrano che, se il 30% della terra del Regno Unito fosse convertita in boschi e zone umide, potrebbe immagazzinare abbastanza carbonio per compensare virtualmente tutte le emissioni derivanti dall’agricoltura del Regno Unito, oltre a fornire un enorme impulso alla fauna selvatica.
Ulteriori prove suggeriscono che la stessa idea può essere applicata agli oceani impoveriti. L’uso dell’acquacoltura intensiva e della pesca localmente intensa potrebbe fornire spazio sufficiente per aumentare drasticamente le aree marine protette, oltre a ridurre i costi coinvolti nel monitoraggio di vaste aree di acque libere.
Affinché questo approccio funzioni, le aree dedicate all’agricoltura devono essere sufficienti a coprire le nostre esigenze alimentari. “Non puoi convincere le persone a salvare la natura se hanno fame. Dobbiamo assicurarci di poter raccogliere abbastanza dalla biosfera preservando il pianeta”, ha concluso Balmford. “La conservazione deve essere pragmatica se vogliamo interrompere una catastrofe ecologica”.
Fonte: European Scientist
Autore: Alex Reis
Foto: Mohan Moolepetlu su Unsplash