E come ogni anno eccoci a parlare del dopo Macfrut… c’era molta aspettativa per l’edizione di quest’anno e, a mio parere, solo in parte è stata soddisfatta.
E come ogni anno eccoci a parlare del dopo Macfrut… c’era molta aspettativa per l’edizione di quest’anno e, a mio parere, solo in parte è stata soddisfatta. La fiera migliora anno dopo anno non c’è che dire, l’organizzazione è sempre più fluida e il lavoro di marketing porta ad ogni edizione una maggiore affluenza. Però… mi rimane un po’ l’amaro in bocca… penso che l’Italia, eccellenza sia in fatto di produzione di ortofrutta che di tecnolgie ad essa dedicate, meriterebbe di più.
Ma andiamo per gradi:
Affluenza: come detto è stata buona: mercoledì e giovedì tante presenze (in proporzione, soprattutto mercoledì, considerando che il primo giorno di solito non c’è mai nessuno), anche se la concomitanza con Cibus ha sicuramente danneggiato, tanto piu che alcune aziende di trasformazione non hanno neppure esposto, o hanno optato per una doppia esposizione (ma con Cibus come vetrina principale).
Del venerdi inutile parlare, ormai l’ultimo giorno è più che altro comodo per gli espositori per farsi un giro tra i padiglioni, o per i “cacciatori” di gadget per depredare gli stand, dato che di visitatori in giro se ne contano ben pochi.
Novità: si inzia a parlare di digitalizzazione dati, sia nel comparto più strettamente agricolo che in quello concernente le tecnologie da magazzino. E’ chiaro come i dati rappresentino ormai una fonte di ricchezza per chi sa raccoglierli ed interpretarli correttamente. Le nuove generazioni che stanno entrando, ed entreranno nei prossimi anni, nel settore colgono sempre di più l’importanza di questo fattore, per questo i fornitori più evoluti si stanno attrezzando conseguentemente.
Si tratta chiaramente di un’evoluzione che sta avvenendo su scala mondiale, ma che in Italia stenta ancora a decollare. Sicuramente il piano governativo Impresa 4.0 spinge in questa direzione.
Trend: i prodotti trasformati sono diventati una vera e propria oasi all’interno del deserto infernale rappresentato dalla commercializzazione di prodotti freschi. E’ ormai chiaro a tutti che se si vogliono spuntare margini migliori ed aver maggiori possibilità di differenziarsi, è necessario optare per una trasformazione del prodotto, sia essa sostanziale (taglio, pelatura, ecc.) o formale (vari tipo di confezionamento).
Seppur assenti big del settore (perchè appunto a Cibus), si percepiva grande fermento intorno agli stand che presentavano prodotti “arricchiti”, contrariamente a coloro che proponevano prodotti presentati in una veste tradizionale.
Ad esempio, tra i piccoli traasformatori, mi ha personalmente impressionato l’azienda Nonno Andrea, produttrice di prodotti trasformati, presentati in piacevoli contenitori di vetro: dall’asparago bianco al radicchio trevigiano, dalle cipolle ai peperoni, presentati secondo varie ricette. Bene, sia mercoledì che giovedì, il piccolo stand dell’azienda presentava una fila ininterrotta di avventori, costituiti da operatori del settore (molti stranieri) ma anche da semplici visitatori, desiderosi di verificare se il gusto sarebbe stato appagato tanto quanto la vista.
Questo a riprova che, quando si ha un prodotto di qualità e col “giusto vestito”, non è necessario presentarsi con stan mega galattici per fare colpo!
Conclusioni: nonostante i significativi passi avanti, questa fiera rimane ancora troppo “provinciale”, mentre avrebbe tutti i requisiti per diventare il vero competitor di Fruitlogistica Berlino. Innanziutto la collocazione in maggio è di difficile gestione per molte aziende per le quali questo mese è fondamentale dal punto di vista agricolo; a ciò si aggiunga che, per il secondo anno consecutivo, risulta essere in concomitanza con un’altra fiera italiana dell’agroalimentare: l’anno scorso Tuttofood, quest’anno Cibus. Questo ha costretto diversi espositori a dover fare una scelta o, nel caso dei più strutturati, a dover partecipare a due eventi contemporaneamente, con conseguente aggravio di costi.
Inoltre a mio modo di vedere è poco chiaro, e non capisco se frutto di una precisa strategia (che non riesco a cogliere) o frutto del caso, la commistione nei padiglioni tra fornitori di prodotti agricoli e quelli di tecnologie e macchinari. Mi pare evidente che un format come quello Berlinese, con una chiara suddivisione tra questi 2 comparti, sia molto più utile anche ai visitatori.
A questo riguardo, la parte più coerente è risultata quella dei padiglioni B7 e D7, dove c’erano tutti gli operatori della filiera agricola a monte. Noi, come Sgorbati Group, abbiamo scelto di posizionarci proprio tra questi 2, essendo anello di congiunzione tra realtà agricola e di magazzino.
Con questi 2 o 3 accorgimenti Macfrut sarebbe pronta per prendersi un ruolo da protagonista del settore ortofrutticolo globale; come hanno evidenziato diversi esperti, è fondamentale dare valore all’ortofrutta, e per fare ciò tutta la filiera deve portare il suo contributo, quindi anche la fiera di riferimento, altrimenti si corre il rischio di farla diventare una semplice fiera agricola, facendo migrare i player più strutturati verso fiere più attrattive dal punto di vista del concept (ad esempio Cibus).
Alberto