Concetto di lusso abbinato all'ortofrutta | Sgorbati Group

Perché il concetto di lusso deve essere abbinato all’ortofrutta

Prendo spunto da un articolo del Professore Roberto Della casa su Italia Fruit, in cui abbinava il concetto di lusso all’ortofrutta, per aggiungere che questa non è più fantascienza, bensì una necessità.

In effetti, sebbene la parola lusso possa essere fuorviante e indurre la mente di chi legge a pensare a qualcosa di “sgargiante” e futile, è altresì vero che dopo una fase del mercato in cui, grazie a vari fattori, si è assistito ad un abbassamento dei prezzi in molti settori (dai trasporti, all’abbigliamento fino all’arredamento), questi stessi settori hanno visto la crescita costante delle produzioni di eccellenza, che non hanno mai risentito della crisi, anzi ne sono uscite rafforzate.

Come è possibile? Semplicemente, denaro in circolazione ve n’è in abbondanza, anche se sempre più concentrato in poche mani, che non hanno problemi a spendere per avere qualcosa in più del “normale”, sia questo un prodotto o un servizio.

Ecco quindi spiegato il proliferare di artigiani, chef, architetti, brand “di lusso”.

Perché allora questo non dovrebbe essere possibile con l’ortofrutta? Anche se a livello percentuale sono pochi, i consumatori con potere elevato di spesa desiderano un prodotto diverso dallo standard, perciò i loro acquisti sono importanti a livello di valore assoluto.

Tra l’atro, i consumatori alto spendenti sono spesso attenti anche all’aspetto sociale dei loro acquisti prediligendo, ad esempio, prodotti sostenibili sia a livello ambientale che sociale.

Da qualche anno abbiamo intrapreso, insieme ad aziende con cui collaboriamo, un percorso volto al miglioramento della produzione, della qualità dei prodotti e di come li si produce, dell’ ambiente lavorativo e delle condizioni del personale addetto.

Queste aziende hanno deciso di valorizzare al massimo i loro prodotti, ponendo attenzione ad ogni aspetto della filiera produttiva; hanno intrapreso un percorso con molte incognite, ma sono state tra le prime a farlo, piantando una “bandierina” in un “territorio” ancora poco battuto, e venendo oggi riconosciute come eccellenze.

Cito d’esempio la Giardiniera di Morgan che, lungi dal fare produzioni ad alti volumi, lavora con lo spirito di una boutique: ha prezzi e marginalità sicuramente più alti della media di mercato, ma non ne risente assolutamente a livello di vendite anzi, fa fatica con la capacità produttiva attuale, a soddisfare la richiesta. Ciononostante, non intende snaturarsi, industrializzando tutti i processi e preferisce mantenere una certa selettività nella propria distribuzione, consapevole che la scarsità di prodotto fa anche “cool”, perché automaticamente diventa qualcosa riservato a pochi. Imitazioni ne sono nate tantissime, anche di ottima qualità, ma oramai la Giardiniera di Morgan è il punto di riferimento del settore e anche competitor di buon livello, ma con prezzi inferiori, non scalfiscono le sue quote .

O ancora, mi viene in mente Nonno Andrea che, oltre ai prodotti trasformati, offre anche, grazie alla sua azienda agricola, prodotti freschi tutto l’anno. Altro esempio di azienda virtuosa più attenta alla qualità che alla quantità dei suoi prodotti…

Ed i risultati che hanno portato sono lì a testimoniare che non solo è possibile, ma molto spesso obbligatorio, adottare questo criterio.

Vedo aziende affannarsi a produrre sempre di più perché i margini sono sempre più risicati. Per carità, non dico che io sarei più bravo, soprattutto dovendo interfacciarsi spesso con la GDO, che non regala nulla ai produttori. Ma se devono vivere con questa costante ansia di vendere sempre di più, di sperare di non avere dei resi, di essere stressati e di avere a che fare con personale poco qualificato e motivato, ebbene perché non affiancare una produzione di qualità a quella di quantità?

Certo alcuni prodotti si prestano più di altri, ma se un produttore svedese è riuscito a vendere a 80€ confezioni con 3 (tre, non è un errore) patatine, perché non è possibile pensare a percorsi di valorizzazione? Tanto più che oggi giorno tutta la cucina di alto livello ha un’attenzione particolare ai prodotti della terra e li valorizza come non mai.

Oltre all’ aspetto economico vi è il risvolto ambientale…evitando di cercare il continuo aumento della produzione (che crea poi creando un sacco di invenduto)e concentrandoci invece sull’aumento della qualità, possiamo ridurre lo spreco alimentare, nonché lo sfruttamento dei campi, magari introducendo anche l’agricoltura rigenerativa nel nostro concetto di azienda, avvicinandoci ad un concetto di circolarità.

Non sono un produttore e non conosco tutte le vostre difficoltà, però so riconoscere che si tratta di una vita durissima e non vi invidio ma, detto ciò, è anche ora di pensare che l’era delle produzioni di massa sta finendo e si deve cambiare strategia. Tanto più che noi italiani nella quantità non siamo bravi come ad esempio gli spagnoli, che sanno aggregare l’offerta e la valorizzano senza farsi guerra tra loro.

Le eccellenze italiane, in tutti gli ambiti, sono relative a prodotti di alto livello, perché quindi snaturarci cercando di fare qualcosa che non è non nelle nostre corde e che non è nemmeno premiante, come è ormai evidente?

Ci saranno sempre dei produttori che muovono i volumi, ma dovranno essere sempre più aggregati e a fianco di essi ci saranno piccoli produttori di nicchia, di prodotti d’alta gamma o comunque differenziati dai prodotti di massa.

Questo per lo meno è ciò credo e che auspico perché, da ogni punto di vista, ambientale, sociale ed economico, il modello “quantitativo” fa parte del passato .

Ortofrutta
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